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Donnet (Generali): l’Italia è solida e può farcela. Il dialogo con Europa e imprese serve

17 Dicembre 2018

Philippe Donnet dalle finestre del grattacielo Generali a CityLife allunga lo sguardo alla zona Fiera, all’Expo e arriva fino al Monte Rosa. Attorno a quella che è diventata una nuova area di sviluppo c’è la Milano che grazie proprio alle infrastrutture si sta prendendo più di una rivincita anche a livello internazionale. «Questa è la città, l’Italia che conosco e che mi piace», dice l’amministratore delegato del gruppo. In pochi anni una città che si è reinventata e che, come ormai si sente dire in Europa, sarà la Berlino del prossimo decennio. «Investire sul futuro è il nostro mestiere. Tenere al sicuro oggi i risparmi perché siano garanzia del futuro sia per gli italiani che per gli europei. Pochi sanno che come attività assicurative in Europa siamo i primi ed è, se permette, un orgoglio nazionale».

In periodi di turbolenza come questa il futuro però appare tutt’altro che brillante…
«Mi dica lei quando non ci sono stati periodi di turbolenza negli ultimi 10 anni…». Ma adesso è innegabile che qualche refolo tendente a tempesta c’è.
«Lo sta dicendo a uno che di mestiere fa l’assicuratore. La cosa che dobbiamo saper fare per natura è muoverci tra i rischi per proteggere i nostri clienti».
Diplomazia a parte, la preoccupa quello che accade in Italia, lo spread…?
«Dal punto di vista patrimoniale di Assicurazioni Generali le dico di no. La compagnia non è mai stata così solida. Abbiamo appena presentato il nostro nuovo piano strategico, che è un piano di crescita e di sviluppo. Ma se pensassimo che uno spread attorno a quota 300 sia la normalità, una cosa di cui non preoccuparsi, saremmo poco accorti e poco attenti al bene dei nostri clienti. Ognuno deve fare il proprio mestiere e senza invasioni di campo. Vedo che la politica sta facendo delle riflessioni come chiunque di noi e spero che le preoccupazioni espresse dallo stesso governo si tramutino in atti concreti».
Ma il Paese si sta indebolendo intanto.
«Noi siamo felici di operare in Italia. È un grande Paese, e un mercato straordinario. Fare business in Italia presenta opportunità enormi, stiamo parlando della nona economia mondiale. Siamo leader nel settore assicurativo italiano e intendiamo restarlo a lungo. E sa perché?».
In questi momenti qualche certezza viene meno…
«Eppure a me colpiscono due cose in particolare dell’Italia: l’imprenditorialità dei cittadini e la solidità delle istituzioni. Entrambi — cittadini e istituzioni — sono resilienti ai periodi di difficoltà, alle crisi. Penso al Presidente Mattarella e al suo profondo impegno per la stabilità dell’Italia. Mi sento di dire che Generali resterà sempre un grande gruppo internazionale con la testa qui, dove abbiamo radici profonde».
Ma lei ha passaporto francese…
«Mi sta chiedendo perché come francese mi appassiono e ci tengo all’Italia?». Esatto.
«Intanto sono un orgoglioso residente di Venezia! Le ragioni sono molte: lavoro per una grande compagnia internazionale basata in Italia; qui abbiamo 10 milioni di clienti, 13 mila dipendenti e 35 mila tra agenti e distributori; l’Italia è un Paese fondatore del progetto europeo e l’Europa unita non può fare a meno dell’Italia. E poi guardi: la forza delle Generali è la sua internazionalità, ma per noi sarebbe più difficile avere successo se l’Italia fosse in una situazione di difficoltà prolungata. È per questo che è dovere di tutti noi, me compreso, dialogare e lavorare per il bene dell’Italia».
Ma gli italiani sembrano impauriti.
«Vede, noi consociamo bene i nostri clienti. Il successo del business assicurativo, la sua resilienza alle crisi anche prolungate, la stabilità rispetto ad altri settori finanziari, deriva dal modello di business. Quando si compra un prodotto assicurativo — e oggi non parliamo più solo di polizze ma, per esempio, di servizi che includono la prevenzione di un incidente domestico o l’assistenza medica o il welfare aziendale — nella maggior parte dei casi questo avviene ancora oggi attraverso un’interazione umana con il cliente che oltrepassa le generazioni».
Questo non significa che gli italiani, le famiglie, non siano impaurite e che il governo dovrebbe esserne preoccupato.
«Mi permetta di fare un passo indietro».
Prego.
«Le famiglie per cui lavoriamo vogliono sentirsi protette, sapere che i risparmi faticosamente costruiti vengano investiti con cura da noi e poi restituiti quando occorre mandare un figlio all’università, o ristrutturare la propria casa, oppure godere di un assegno previdenziale più consistente e passare in modo sereno gli anni della pensione. Ebbene, noi vediamo che i risparmi sono in crescita e che allo stesso tempo cresce la necessità di valorizzarli. Si badi bene, non stiamo parlando delle grandi ricchezze, ma dei risparmi delle famiglie. Finiscono nelle nostre riserve tecniche, che per il settimo anno consecutivo continuano a crescere, e sono pari a quasi 400 miliardi. Le gestiamo in modo prudente, non sono soldi della compagnia, sono soldi che gli assicurati ci affidano, in base non solo a un contratto, ma a un rapporto di fiducia».
In tutto questo il governo?


«Il governo ha un ruolo in quel rapporto, in un certo senso ne è il custode, perché dalle politiche del governo dipendono le reazioni degli investitori verso gli asset italiani e queste reazioni influenzano il risparmio».
Oltre che l’azione delle aziende e delle imprese, che in queste settimane hanno lanciato più di un grido d’allarme.
«Vede, conosco bene l’Italia. Qui c’è un tessuto imprenditoriale di successo che sta non solo nelle tradizionali grandi aree industriali, ma in molte province. L’imprenditorialità ha una diffusione più capillare rispetto ad altri Paesi, ed è un grande vantaggio. Queste imprese innovano e investono, e per farlo necessitano di un contesto favorevole, ad esempio in termini di fiducia nel futuro e di accesso al mercato dei capitali. E su questo lo spread incide: 100 punti di differenza possono mettere a rischio decine di miliardi di euro di finanziamenti all’economia reale». Allora c’è qualche ragione per essere preoccupati.
«La prosperità dell’Italia dipende dalle imprese e dal lavoro. L’Italia è l’unico Paese del G20 a non aver ancora recuperato il crollo del Pil in seguito alla grande crisi del 2008, e ora stanno emergendo alcuni segnali di rallentamento dell’economia a livello globale. Il governo sa queste cose, lavoro e impresa sono la priorità, ne va non solo dell’economia del Paese ma anche della dignità delle persone».
Adesso siamo sotto la lente dell’Europa…
«Purtroppo l’immagine dell’Europa è appannata. Ma secondo me non lo è l’ideale di Europa. In discussione c’è il modo in cui gli organi istituzionali europei hanno gestito le politiche economiche e sociali. In alcuni casi i cittadini che oggi manifestano disagio o disapprovazione hanno motivo per farlo: hanno vissuto sulla loro pelle le conseguenze di azioni sbagliate, o di non azioni. Si è visto in Italia, ma anche in Paesi a noi vicini come la Francia. Su questo i governi che chiedono il cambiamento di certe regole europee hanno ragione. Ma ci sono anche i benefici permanenti che l’Unione europea ha portato al Continente: pace, stabilità, libera circolazione di merci e persone e molto altro».
Ma la tendenza è a ritornare ognuno al proprio paesello…
«Io credo fermamente nell’Europa, nel fatto che solo stando insieme sia possibile competere con la forza di aree del pianeta come gli Stati Uniti e la Cina. Che possibilità avrebbero, per esempio, l’Italia o la Germania da sole di avere peso a livello geopolitico nelle grandi scelte che ci riguardano, nei trattati economici, nella stabilità della moneta? La Brexit è stata una vera delusione, un passo nella direzione opposta della Storia. L’Europa unita è un progetto di fratellanza senza pari nel mondo e nella storia, ma soffre se i leader non riescono a realizzare quelle promesse su cui l’Europa è nata: democrazia economica, giustizia sociale e inclusione, solo per citare alcuni dei suoi valori fondanti. Su questi valori si può — e si deve — costruire il ruolo di guida a livello globale che l’Europa merita, e di cui l’Italia non può che essere motore».

FONTE CORRIERE DELLA SERA