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Generali punta sul digitale, più efficienza operativa per contrastare i tassi-zero

4 Settembre 2016

Incrementare la digitalizzazione dei servizi offerti. Inoltre: realizzare maggiori efficienze operative, anche per ridurre ulteriormente i costi. Poi, creare valore più sul lungo periodo: ad esempio, nell’investimento nel ramo Vita, rinunciando ad immediate plusvalenze per proteggere la redditività futura. Sono alcune tra le priorità di Generali a sostegno del business. Focus, a ben vedere, rispetto ai quali è interessante conoscere maggiori particolari. Ebbene: sul fronte della digitalizzazione può ricordarsi il cosiddetto «mobile hub». Di cosa si tratta? È presto detto. Ad oggi, attraverso il cellulare, il cliente in linea di massima può richiedere il prezzo di una polizza. Da inizio 2017 sarà invece offerta una più ampia gamma di servizi: dalla gestione dell’eventuale sinistro alla comunicazione sul medesimo fino all’acquisto dei prodotti assicurativi. Proprio a fronte di quest’ultima opportunità, però, sorge un dubbio: c’è il rischio di disintermediare l’attività dell’agente. Generali rigetta l’obiezione. Un conto, viene sottolineato, è il canale diretto online. Altra cosa è invece, come nel caso in oggetto, la digitalizzazione del business. Tanto che nell’esempio descritto, indica la compagnia, da un lato l’agente rimane assolutamente parte integrante del processo di gestione dell’operazione. E, dall’altro cambia solo la modalità d’esecuzione della stessa. Ad esempio: diminuisce il ricorso a documenti cartacei. Quindi, è la conclusione, non c’è alcun rischio di disintermediazione.

Incrementare la digitalizzazione dei servizi offerti. Inoltre: realizzare maggiori efficienze operative, anche per ridurre ulteriormente i costi. Poi, creare valore più sul lungo periodo: ad esempio, nell’investimento nel ramo Vita, rinunciando ad immediate plusvalenze per proteggere la redditività futura.

Si tratta di alcune tra le priorità di Generali a sostegno del business. Focus, a ben vedere, rispetto ai quali è interessante conoscere maggiori particolari.

Ebbene: sul fronte della digitalizzazione può ricordarsi il cosiddetto «mobile hub». Di cosa si tratta? È presto detto. Ad oggi, attraverso il cellulare, il cliente in linea di massima può richiedere il prezzo di una polizza. Da inizio 2017 sarà invece offerta una più ampia gamma di servizi: dalla gestione dell’eventuale sinistro alla comunicazione sul medesimo fino all’acquisto dei prodotti assicurativi. Proprio a fronte di quest’ultima opportunità, però, sorge un dubbio: c’è il rischio di disintermediare l’attività dell’agente. Generali rigetta l’obiezione ed invita ad un’analisi meno superficiale. Un conto, viene sottolineato, è il canale diretto. Cioè: la vendita online dei prodotti assicurativi riconducibile a Genertel. Altra cosa è invece, come nel caso in oggetto, la digitalizzazione del business. Tanto che nell’esempio descritto, indica la compagnia, da un lato l’agente rimane assolutamente parte integrante del processo di gestione dell’operazione. E, dall’altro cambia solo la modalità d’esecuzione della stessa. Ad esempio: diminuisce il ricorso a documenti cartacei. Quindi, è la conclusione, non c’è alcun rischio di disintermediazione.

Ma non è solamente lo «smartphone». A fine 2017 dovrebbe andare a regime un altro progetto: la cosiddetta «digital agency». Vale a dire un programma dove, ad esempio, attraverso l’analisi dei big data, sfruttando anche i social network, gli agenti potranno profilare eventuali potenziali clienti. Per, poi, raggiungerli con appropriate offerte. Insomma: la compagnia assicurativa spinge sulla digitalizzazione dei servizi per sostenere il business.

Già, il business. Con riferimento ad esso altro focus è, per l’appunto, la realizzazione di maggiori efficienze. In tal senso è stato deciso di semplificare, rendendoli più efficaci, i rapporti tra holding e controllate. Inoltre, sulla falsariga di quanto realizzato in Italia, si punta ad una maggiore integrazione nel mercato tedesco, dove Generali ha differenti compagnie. E lo stesso processo verrà realizzato in altri Paesi. Essenzialmente nell’Est Europa. Ancora, è stato sottolineato nella conference call sul primo semestre 2016, da un lato verranno eliminate ridondanze e, dall’altro, costruire piattaforme unificate. Non solo: ci sarà una allocazione di capitale e risorse nelle società più «performanti» e nei mercati più attrattivi. Il tutto anche per portare ad un’ulteriore riduzione dei costi. Insomma: l’esecuzione nel business, in un mondo di tassi-zero, fa la differenza.

Fin qui alcune indicazioni sulle strategie future. Il risparmiatore, tuttavia, è interessato anche all’andamento del bilancio. In tal senso un angolo visuale può offrirlo l’analisi dei dati della scorsa metà d’anno.

In generale, ad una prima lettura, i premi complessivi sono leggermente scesi (-2,1%). E la marginalità operativa, indica la società, ha mantenuto ottimi livelli: l’operating RoE annualizzato è stato pari al 12,9%. In termini assoluti, d’altro canto, la redditività (risultato operativo di gruppo e utile netto) è calata rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Tuttavia, sottolineano diversi esperti, questa dinamica va contestualizzata. In primis i risultati, considerati solidi dall’azienda, hanno comunque battuto il consensus. Tanto che, nel giorno della loro pubblicazione, il titolo è salito (+7,19%). Inoltre lo scenario di fondo dei mercati, in cui i numeri sono stati realizzati, è risultato penalizzante. La volatilità e i tassi d’interesse ai minimi l’hanno fatta da padrone. Un habitat che, da una parte, ha reso ardua la redditività legata agli asset finanziari. E che, dall’altra, richiede efficienza sull’esecuzione.

Ebbene, guardando più attentamente la semestrale, emerge che nelle attività assicurative sono cresciute proprio le performance tecniche sia del ramo Danni che del Vita: nel primo il Combined Ratio è migliorato a 92,3% (0,3%); riguardo al secondo il margine tecnico è salito a 2,98 miliardi. Questi numeri, che richiamano la gestione operativa, hanno fatto però i conti con altre variabili, tra cui i mercati. Così: l’Operating result complessivo del Danni è calato in scia alla diminuzione del risultato finanziario (oltre ai maggiori costi delle brand royalties e delle più alte imposte indirette). Lo stesso risultato operativo del Vita (-3,5%) è scivolato per le maggiori svalutazioni e i minori realizzi. In una parola: ha inciso il rallentamento del margine finanziario rispetto al primo semestre del 2015.

Ciò detto proprio rispetto al margine d’interesse del Vita sorge un dubbio. Il timore è che possa sussistere una problematica per l’azienda. Generali rigetta la preoccupazione. Il confronto, è l’indicazione, non è omogeneo: nel primo semestre 2015 sono stati compiuti realizzi importanti. Plusvalenze che invece, nel 2016, non ci sono state. Questo tuttavia, viene sottolineato, è accaduto per una scelta precisa della compagnia. Vale a dire: è stata volontariamente ridotta la politica dei realizzi. Il gruppo avrebbe potuto, ad esempio sui titoli di Stato, incassare importanti plusvalenze e migliorare così il conto economico. Dopo di che però, a fronte degli attuali minori tassi, il problema sarebbe stato reinvestire la nuova liquidità. Con una duplice opzione: o accontentarsi di rendimento inferiori; oppure investire in asset troppo rischiosi. Così, indica Generali, è stato deciso, in un’ottica di sostegno dei rendimenti futuri sui propri investimenti, di mantenere i titoli in portafoglio. In conclusione, dice la società, su questo fronte non ci sono preoccupazioni.

Ma non è solo il tema degli investimenti. Sono rilevanti anche le strategie più generali di sviluppo del business. Su questo fronte un ragionamento può effettuarsi con riferimento alle reciproche dinamiche del settore Danni e Vita. Alla fine del 30 giugno scorso, con riferimento ai premi, l’incidenza dei due settori era rispettivamente del 30% e 70%. Una ripartizione non troppo bilanciata. Tuttavia la situazione cambia a livello di risultato operativo. Qui infatti, considerando solo l’Ebit dei due settori, il rapporto si riequilibra maggiormente: l’incidenza del Danni si assesta al 40% mentre quella del Vita è al 60%. La suddivisione, figlia ovviamente della maggiore redditività delle polizze Danni, soddisfa il gruppo. Seppure il Leone di Trieste punta ad incrementare l’incidenza del Property&Casualty.

Già, aumentarne l’incidenza. Ma in quale specifico business? Generali, pur rimanendo l’obiettivo di crescere sia nel segmento auto che nel «non motor», guarda con maggiore interesse proprio a quest’ultimo. Il suo «Combined Ratio» è infatti più basso rispetto a quello dell’auto. L’indicatore, costituito dalla somma del «Loss ratio» (quota premi assorbita dal costo dei sinistri) e dell’«Expence ratio» (spese di gestione in rapporto ai premi) si è assestato a metà anno all’87,8%. Quello dell’auto, invece, è a quota 98,9%. Ben si comprende, quindi, il perché del focus maggiore sul «non motor». Peraltro proprio il settore auto, in Italia, da tempo mostra segnali di debolezza. Una situazione che, però, non induce preoccupazioni a Generali la quale, per l’appunto, gestisce il business ma senza essere focalizzata su di esso.

Dal settore Danni a quello Vita. Qui la strategia è di spingere, oltre che sulle polizze «protection», anche su prodotti, quali ad esempio le unit linked, che richiedono minore assorbimento di capitale. Oppure di cassa. Su quest’ultimo fronte, tra le altre cose, può ricordarsi la modalità di gestione delle commissioni. Ad esempio: si punta a ridurre il cosiddetto precontato. Vale a dire: limitare il pagamento iniziale della commissione dell’agente per il nuovo contratto e «spalmarla» nel tempo. Così facendo l’impatto, a livello di flussi di cassa, è contenuto.A fronte di un simile contesto, in conclusione, quali le prospettive future del business? Generali indica che gli obiettivi del piano industriale non sono cambiati. Quindi, tra gli altri, oltre 7 miliardi di net free cash flow totale tra il 2015- 2018. Poi: dividendi cumulati oltre 5 miliardi sempre tra il 2015-2018.

FONTE IL SOLE 24 ORE