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Generali, si studia l’azione disgiunta

15 Febbraio 2014
Generali, si studia l’azione disgiunta
Il parere degli avvocati Portale-Visconti e Maresca è arrivato ieri mattina sul tavolo delle Generali. E potrebbe riservare novità clamorose sul tema dell’azione di responsabilità verso la vecchia gestione di Trieste.Il parere degli avvocati Portale-Visconti e Maresca è arrivato ieri mattina sul tavolo delle Generali. E potrebbe riservare novità clamorose sul tema dell’azione di responsabilità verso la vecchia gestione di Trieste. Qualcuno suggerisce che si potrebbe arrivare ad individuare due differenti livelli di responsabilità tra l’ex amministratore delegato Giovanni Perissinotto e l’ex direttore generale Raffaele Agrusti, con quest’ultimo meno coinvolto poiché privo di deleghe rilevanti fino al 2007.
Tutto è pronto, dunque, perché Generali possa chiudere i conti con il passato. Il primo appuntamento è fissato lunedì 17 per un incontro informale del comitato di controllo e rischi, convocato in queste ore e volto a preparare la riunione chiave di martedì 18 febbraio. In quella sede si dovrà mettere nero su bianco se è il caso di procedere o meno con l’azione di responsabilità. Il comitato di controllo, composto da Alberta Figari, Sabrina Pucci, Clemente Rebecchini e Paola Sapienza, è un organo tecnico il cui orientamento tradizionalmente è determinante per la scelta finale che dovrà poi compiere il consiglio di amministrazione, convocato sul tema il 19 febbraio. Proprio al board toccherà porre il sigillo finale sull’azione di responsabilità. Decisione che, sebbene data per scontata in più sedi, complice il supporto del primo socio Mediobanca, potrebbe mettere alla prova la coesione del cda. Questo perché, si apprende, tra gli azionisti c’è ancora chi si interroga sull’effettiva opportunità di avviare il contenzioso contro Perissinotto e Agrusti. L’intenzione sarebbe comunque quella di trovare una soluzione concordata che, si apprende, potrebbe essere quella di focalizzare l’attenzione sull’ex amministratore delegato.
Punto di partenza per comprendere le perplessità di una parte dei soci sarebbero argomentazioni squisitamente legali. Ci sono davvero i margini per portare a casa il risultato? Il primo parere, quello di Bonelli Erede Pappalardo e dal professor Francesco Mucciarelli utilizzato dal consiglio lo scorso luglio, è stato piuttosto tranchant: le chanches sono poche. Lo studio legale dopo aver esaminato la massiccia documentazione sulle operazioni finite nel mirino dell’amministratore delegato, Mario Greco, conclude così la propria analisi: «Molte delle risultanze delle indagini» sono di fatto «risultanze indiziarie, il cui significato potrebbe essere smentito da elementi non noti e che emergessero in un contraddittorio in sede giudiziaria». Inoltre, si ricorda che «l’onere della prova dell’inadempimento, così come la prova del danno che ne sia derivato, sarebbe in giudizio a carico della società». Se non bastasse, a fronte «del sicuramente gravoso ulteriore impegno di risorse in un contenzioso del genere qui considerato, l’ammontare dei danni effettivamente recuperabile difficilmente si avvicinerebbe a quelli subiti». Infine, lo studio solleva il tema della «reputazione della società» e dei danni che un’azione di responsabilità potrebbe causare al gruppo considerate le «preoccupazioni» che si potrebbero generare circa «la tenuta di punti nevralgici della governance». Sul piano penale, il professor Francesco Mucciarelli è ancora più netto: l’analisi «non ha evidenziato profili di rilevanza penale» e «le condotte non integrano nessuna delle tre fattispecie considerate (articoli 2621-2622, articolo 2628 e 2634)».
Come nasce, allora, il nuovo orientamento, quello cioè di chiedere i danni agli ex manager? Sono intervenuti elementi nuovi oltre alla specifica richiesta di Consob e Ivass di rivedere il dossier? Una cosa sola è certa, le operazioni ora sotto esame non collimano con quelle valutate sei mesi fa.
Per comprendere meglio, è indispensabile compiere un passo indietro. Prima del famoso consiglio di luglio, quello che aveva bocciato l’azione di responsabilità, Generali aveva posto all’attenzione di Bonelli Erede Pappalardo e dell’avvocato Mucciarelli, cinque operazioni catalogandole come “investimenti alternativi”. Si trattava della sottoscrizione tra il 2000 e il 2002 di notes emesse da un veicolo off-shore caraibico denominato Capital Appreciation ltd, per un importo complessivo di 52,2 milioni; della sottoscrizione di altri notes emessi nel 2003 dal veicolo off-shore Cartooner Enterprises ltd per 70 milioni di dollari; del finanziamento di una società del gruppo Fin.Int, finanziaria riconducibile a Enrico Marchi e Andrea De Vido, nel 2007 per 40 milioni, operazione denominata “Carta Commerciale Finleasing”. Infine, sempre nella categoria degli investimenti alternativi figuravano gli investimenti effettuati da un veicolo off-shore creato nel 2002 e denominato World Global Opportunities. Due in particolare: la sottoscrizione di un bond per 180 milioni emesso da una società lussemburghese (Allbest sa) che ha permesso l’acquisto del 2,95% di Ilva; e il coinvolgimento di Wgo, attraverso un contratto di total return swap, nell’operazione con cui Hsbc ha sottoscritto nel 2007 degli strumenti partecipativi emessi dal gruppo Palladio equivalenti a circa il 49% del capitale di PFH1 (Gruppo Palladio).
Fin qui l’impianto originario dell’indagine. Il 14 giugno, però, Consob scrive a Generali e chiede di mettere sotto esame non solo gli investimenti alternativi ma anche quelli che vengono catalogati come “investimenti indiretti”. Si tratta di una categoria di operazioni effettuate con parti correlate ma non passate al vaglio del board poiché rientranti nelle deleghe operative attribuite al vertice. Tra queste figurano l’investimento in un fondo immobiliare di Banca Finnat e quello da 160 milioni nel fondo Idea 1 Fund of Funds del gruppo De Agostini. A questo punto anche questi ultimi investimenti sono finiti nell’analisi degli studi legali. Prova ne è che il parere di Bonelli Erede Pappalardo (quello illustrato al cda di luglio) è stato integrato con una valutazione su queste operazioni. Ma gli avvocati non hanno rintracciato profili di rilevanza penale o responsabilità particolari degli amministratori. Complice il fatto che non è stato rilevato alcun pregiudizio alla società (gli investimenti indiretti sono tuttora in corso). Semmai per la loro natura di operazioni con parti correlate, «avrebbero giustificato una specifica attenzione degli amministratori esecutivi ai doveri di informazione e trasparenza». Non a caso, Generali ha recentemente rivisto l’intera procedura con parti correlate.
Si arriva quindi ai giorni nostri. Ma la fotografia delle operazioni sotto esame non è più la stessa, così come il tandem di legali che se ne occupa. Secondo quanto si apprende, gli investimenti indiretti sono infatti usciti dal perimetro di analisi mentre sono entrati due nuovi “investimenti alternativi” che passano così da cinque a sette: l’investimento da 150 milioni nel fondo infrastrutturale Vei, iniziativa nata in realtà dalle ceneri del precedente accordo con Valiance (guidato da Michele Positano e Gianandrea Rizzieri) che impegnava le Generali per addirittura 500 milioni; e una obbligazione Fin.Int. Proprio quest’ultimo dossier negli ambienti finanziari viene definito come assai delicato. Abbastanza per ribaltare l’esito del consiglio dello scorso luglio e i vecchi pareri legali?

FONTE IL SOLE 24 ORE