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Il Nepal devastato, 1.500 morti

26 Aprile 2015

Le forze della natura si sono unite ieri, pretendendo dal Nepal un doppio tributo: poco prima di mezzogiorno un terremoto di magnitudo 7,9 – il peggiore da 81 anni – ha ucciso almeno 1.500 persone e devastato il patrimonio culturale del Paese, a partire dal crollo della Torre Dharahara.

 

Le forze della natura si sono unite ieri, pretendendo dal Nepal un doppio tributo: poco prima di mezzogiorno un terremoto di magnitudo 7,9 – il peggiore da 81 anni – ha ucciso almeno 1.500 persone e devastato il patrimonio culturale del Paese, a partire dal crollo della Torre Dharahara. E nello stesso tempo il sisma ha innescato una gigantesca valanga che si è staccata dalla “figlia dell’Everest”, il Monte Pumori, ed è caduta tra la seraccata del Khumbu e il campo base dell’Everest, colpendolo all’inizio della stagione delle scalate. Il campo, a un’altezza di 5.300 metri, è rimasto parzialmente sepolto. Ieri sera si contavano almeno 18 alpinisti morti, e 30 feriti.
Se, nella popolosa valle di Kathmandu, la giornata è stata costellata dai drammatici aggiornamenti del bilancio delle vittime, una catena di messaggi tra alpinisti lanciava ulteriori allarmi: «È un disastro enorme. Ci sono molti morti, molti gravemente feriti – ha scritto via Twitter il romeno Alex Gavan dal campo base -. Altri moriranno se un elicottero non arriverà il prima possibile». Secondo Gyanendra Kumar Shrestha, funzionario del dipartimento nepalese al Turismo sentito dalla France Presse, sulla montagna in questo momento potrebbero esserci mille persone, «tra alpinisti stranieri e assistenti nepalesi».
Altre vittime vengono segnalate dall’India settentrionale (36 morti), due dal Tibet e una dal Bangladesh. Ed è sufficiente uno sguardo alle immmagini del disastro – edifici sbriciolati o completamente rovesciati – per sapere che il bilancio finale salirà ancora, mentre i soccorritori si affannano a salvare le persone rimaste intrappolate. Tutte le regioni del Nepal sono state coinvolte, a eccezione di quelle all’estremo ovest. A est, il Bhutan non segnala né danni né vittime. A Delhi alcuni edifici sono stati evacuati. Le scosse sono state avvertite anche a Dacca, capitale del Bangladesh.
In Nepal, i danni più gravi sono registrati a Kathmandu. Nelle rovine dell’ottocentesca Torre Dharahara, alta 60 metri, si teme siano rimaste più di 200 persone. La Torre, costruita nel 1832, era stata aperta ai visitatori dieci anni fa. Non ne resta che un moncone, che sporge dalle macerie. Oltre alle case in mattoni, le scosse hanno distrutto anche diversi antichi templi hindu (due nella Durbar Square di Patan, a sud di Kathmandu), e spaccato in due le strade della capitale. Danneggiato anche l’aeroporto internazionale, che è stato chiuso per qualche ora. Ieri sera gli abitanti di Kathmandu si preparavano a trascorrere la notte all’aperto.
Secondo la United States Geological Survey, il terremoto ha colpito alle 11.41 di ieri (3 ore e 45 più in avanti rispetto all’Italia), l’epicentro registrato 80 km a est di Pokhara, la seconda città del Nepal, e a una profondità di 15 km. Dunque un terremoto molto poco profondo, con una potenza distruttiva maggiore. Le scosse di assestamento sono continuate per più di due ore. Il precedente più grave risale al 1934, quando un terremoto di magnitudo poco superiore a quella registrata ieri – 8,1 – uccise 10.700 persone tra Nepal e India orientale. «Siamo stati fortunati che l’epicentro non sia stato più vicino a Kathmandu, o sarebbe stata una catastrofe», ha detto Jamie McGoldrick, coordinatore dell’Onu in Nepal.
Il governo del Nepal – uno dei Paesi più poveri al mondo – ha dichiarato lo stato d’emergenza nelle aree colpite, e ha lanciato un appello alla comunità internazionale. Prima a muoversi è stata l’India, che ha inviato due aerei da trasporto militari con tre tonnellate di materiale. «Il loro dolore è il nostro dolore», ha detto il primo ministro Narendra Modi.
I soccorsi più difficili da portare riguardano l’Everest, dove il maltempo complica le comunicazioni via radio e dove, come racconta all’agenzia Reuters Mohan Krishna Sapkota, un altro funzionario del turismo nepalese, «gli escursionisti sono sparsi tutto intorno il campo base, alcuni sono saliti (sugli altri campi, ndr). È quasi impossibile contattarli». Tra gli altri ci sono tre alpinisti italiani bloccati sull’Everest e sul Dhaulagiri: Marco Zaffaroni, Roberto Boscato e Marco Confortola. «Il vero obiettivo è capire come scendere da qui e non più salire», ha scritto su Facebook Confortola.
I campi situati lungo la via d’ascesa alla cima (a 8.848 metri) sono minacciati da lame di ghiaccio e da rocce scosse dal terremoto. Difficile calcolare quanti esattamente sono stati costretti a trascorrere la notte in parete, dal momento che le pesanti nevicate di ieri hanno impedito agli elicotteri di partire.
Si calcola che per l’avvio della stagione primaverile delle arrampicate, in Nepal si trovino circa 300mila turisti stranieri. Solo un anno fa una slavina sull’Everest aveva ucciso 16 guide sopra il campo base, innescando polemiche sulla sicurezza degli sherpa. Era stato il disastro più pesante. Questa volta, la tragedia sul tetto del mondo è nata sottoterra.

FONTE IL SOLE 24 ORE