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La storia delle Generali, l’impresa anti-rischio

30 Novembre 2015

Che cosa è un Paese? Un Paese è il suo lavoro. Sono le sue imprese. Sono i suoi uomini e le sue donne. Sono le sue classi dirigenti, che ne definiscono le strutture finanziarie ed economiche, e sono i volti – anonimi, ma altrettanto importanti – di quanti ogni giorno vanno in un ufficio e si siedono dietro alle scrivanie. Con il volume Il tempo del Leone. Il lungo viaggio delle Assicurazioni Generali dal 1831 al terzo millennio (pagg. 328, Assicurazioni Generali, distribuito su richiesta scrivendo a: communications.publishing@generali.com), la nostra principale compagnia assicuratrice, che esisteva già quando l’Italia era un sentimento e un progetto politico ma non era ancora una realtà statuale e amministrativa, prova a raccontare se stessae, al contempo, cerca di delineare la vicenda civile storica del nostro Paese.

Non è un testo per specialisti, ma il tentativo di prendere per mano il lettore nella costruzione di una memoria, prima di tutto aziendale e comunitaria, cittadina – nel senso della meravigliosa Trieste, italiana non prima del 1918 – e nazionale, nel senso appunto dell’Italia. Il presidente Gabriele Galateri di Genola e l’amministratore delegato Mario Greco scrivono nella prefazione: «Le assicurazioni sono state una grande invenzione della borghesia commerciale, un’innovazione che ha contribuito potentemente allo sviluppo economico dell’Occidente, al miglioramento del suo tenore di vita e poi di quello del resto del mondo, e riteniamo che le avventure dei loro protagonisti valgano la pena di essere raccontate». In questo libro non si trova nulla di accademicamente freddo e di filologicamente respingente. Il volume è costruito con semplicità, attraverso testi accurati ma agili e grazie a un abbondante ricorso a immagini di documenti e a fotografie. Nel contributo intitolato L’anima delle Generali, nota Paolo Rumiz a proposito di una giornata di Masino Levi, segretario generale della Compagnia: «Metti un pomeriggio di gennaio, anno 1877, a Trieste. Le finestre della sede delle Assicurazioni Generali tremano squassate dalla bora: il mare è coperto di creste bianche sotto un cielo grigio topo. Sui moli, velieri e piroscafi rinforzano gli ormeggi. Bandiere austro-ungariche, inglesi, turche, italiane e francesi sono strattonate dalle raffiche. C’è una folla di alberature agitate sul lungomare, il Mediterraneo sembra non essere mai stato così pieno, ma quel giorno d’inverno sbarchi e imbarchi sono momentaneamente congelati. Capita, nel ventoso porto dell’Impero. Le osterie sono zeppe di facchini, marinai e fumo. Uomini, navi, carrucole e paranchi aspettano solo che cali la buriana».

La borghesia. Se c’è una città in Italia in cui la borghesia – la borghesia weberiana, nella sua doppia cifra gentile e israelitica – ha avuto una radice spessa e vitale, questa è Trieste. Una città doppia, che è insieme materialissima e dell’immaginazione, dei commerci e della psicanalisi, della scrittura e degli affari. Nella sua principale compagnia assicurativa, al centro di tutto, si trova il problema del rischio. Insito nella vita di ogni giorno e nella professione, nella dimensione casuale e metafisica di ciascun uomo: industriale o commerciante, armatore o operaio, borghese o popolano. E il rischio ha proprio il suo principale inveramento, effettivo e simbolico, di una società che assicura e offre coperture contro di esso. Non a caso (fra mondo e mente, arte e realtà) un uomo come Franz Kafka lavora per le Generali, nella sede di Praga: nel libro compare la riproduzione del documento chiamato «Atti relativi al Sig. Franz Kafka», l’equivalente del fascicolo individuale conservato in un odierno ufficio del personale. La cronologia è elementare, ma efficace: ai principali avvenimenti internazionali sono appaiati i principali passaggi evolutivi della grande impresa che, dall’iniziale cifra absburgica, si riorganizza in coerenza con lo sgretolarsi dell’impero austroungarico, successivo alla fine della Prima Guerra Mondiale, e con il formarsi degli Stati nazionali che, passando attraverso i totalitarismi e la Seconda guerra mondiale. avrebbero definito il Novecento.

In Italia, le Generali sono una delle infrastrutture finanziarie degli anni del miracolo economico. E diventano – nel game power e nei processi concreti di costruzione della ricchezza nazionale – uno degli assi principali a cui si appoggia il sistema economico e sociale italiano. Questa regolarità storica permane anche oggi, nell’epoca della nuova globalizzazione. Le Assicurazioni Generali sono una delle poche grandi imprese – finanziarie, manifatturiere o terziarie non importa – rimaste a un Paese come il nostro, impegnato in una transizione che sembra non finire mai e ormai privato della centralità che la geopolitica e la geoeconomia del Secolo Breve gli assegnavano automaticamente. La compagnia assicurativa è, dunque, uno dei pochi centri di gravità permanente per una Italia che ogni giorno si trova a navigare nei mari aperti dei mercati globali ad alto tasso di competitività e delle nuove forme estreme di instabilità politica. Come nel pomeriggio del 1877 descritto da Rumiz, anche oggi ci sono i velieri e i piroscafi. Ci sono le diverse bandiere. Gli sbarchi e gli imbarchi. E le finestre questa volta dell’Italia – sono squassate dalla bora. La storia e il futuro di una impresa. La storia e il futuro di un Paese.

FONTE IL SOLE 24 ORE