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Pensioni, rosso di 38 miliardi

10 Settembre 2018

Polveriera sociale per i giovani. E allo stesso tempo privilegio
insostenibile per altre categorie, come i cosiddetti baby pensionati
che sono circa mezzo milione, costano 9 miliardi l’anno e in molti
casi ricevono l’assegno da 38 anni, dopo averne lavorati solo 15. È Il
bilancio delle pensioni in Italia, sempre in rosso, con tante domande
e poche risposte incerte: i trentenni e i quarantenni di oggi che
pensione incasseranno quando di anni ne avranno 67? I ventenni
l’avranno mai una pensione?
I numeri dell’Inps
Quella delle pensioni è una riforma perenne: ha iniziato Amato nel
‘92, e poi Dini nel ‘95. Negli anni tutti i governi hanno affrontato
il tema, ma nessuno è riuscito a non lasciare vittime sul campo (come
dimenticare i 170 mila esodati della Fornero). E con quali risultati?
A guardare i numeri del bilancio previsionale 2018 dell’Inps, nelle
sue casse entreranno 227 miliardi di contributi (di cui 56 da
dipendenti pubblici e 146 da dipendenti privati) e ne usciranno 265 in
prestazioni. La differenza la coprirà lo Stato, ovvero tutti noi. In
sostanza i contributi versati dai lavoratori non coprono le pensioni
erogate.
La lettura non è semplice, perché i numeri sono disaggregati, ma
emerge in modo chiaro che in Italia ci sono cittadini di serie A e
cittadini di serie B, mentre stiamo allevando quelli di serie C, i
giovani. Oggi il grosso dei pensionati incassa sulla base dell’ultimo
stipendio percepito: su 13 milioni e mezzo di assegni previdenziali
del settore privato e di quello autonomo, 11,1 milioni sono basati sul
vecchio sistema retributivo. Se aggiungiamo poi chi incassa l’assegno
assistenziale, si arriva a 17,88 milioni. Ebbene, gli importi mensili
sotto i mille euro riguardano 12,8 milioni di persone. Poi ci sono i 3
milioni di statali. I pensionati maschi della Pubblica amministrazione
(ex Inpdap) incassano un assegno medio di 2.250 euro, contro i 1.250
del settore privato.
I privilegi dei dipendenti pubblici
Una differenza che si spiega con la maggiore stabilità del posto fisso
pubblico, ma soprattutto con la prassi di «promuovere» a pochi mesi
dalla pensione, proprio perché ciò che contava era l’ultimo stipendio.
Lo ha fatto a man bassa l’esercito con il personale militare, mentre
la Regione Sicilia mandava in pensione i suoi dipendenti con il 110
per cento dello stipendio. Negli anni Settanta e Ottanta abbiamo
assistito a ogni sorta di eccesso, è evidente che il sistema non
poteva reggere. La riforma che segna la svolta parte nel 1996: si
incasserà in base a quanto si è versato.
Quanto si incassa con il contributivo
Il nuovo sistema, sulla carta, sembra più giusto. Peccato che nel
frattempo il mercato del lavoro si sia ammalato in maniera cronica: la
disoccupazione giovanile altissima non permette di avere un posto
stabile prima dei trent’anni, se va bene. La Gig economy (così si
definisce l’economia dei «lavoretti a chiamata») ha prodotto la
frammentazione del percorso professionale e un ridimensionamento dei
salari, con conseguente gig pensione.
Prendiamo un insegnante di scuola media: dopo 40 anni di lavoro oggi
va in pensione con 1.550 euro al mese, perché usufruisce ancora del
sistema retributivo. Nel 2036 lo stesso insegnante quanto incasserà?
Secondo la proiezione Inps (che tiene conto della rivalutazione dello
stipendio negli anni), se ha avuto la fortuna di avere un posto fisso
a 27 anni, andrà in pensione con 1.200 euro!
Oggi 3 milioni e mezzo di giovani dai 35 anni in giù hanno un lavoro a
tempo determinato, atipico, precario. Dovranno farsi una pensione
integrativa se non vogliono rischiare l’indigenza, ma possono
affrontarla con uno stipendio che spesso non supera i 900 euro al
mese? Qualcuno ci sta pensando?
Una riforma da riformare
Secondo il Rapporto sullo Stato sociale 2011, un dipendente pubblico
con 40 anni di contributi versati (di cui 18 entro il 1996) e 60 anni
di età, poteva contare su un trattamento pari a circa il 100%
dell’ultimo stipendio; un lavoratore privato arrivava al 77%. Nel
2036, un soggetto con le stesse caratteristiche, avrà una pensione
pari al 58% del salario. Il Decreto dignità del governo
Conte-Salvini-Di Maio non aiuta: ha accorciato a 2 anni i tempi del
precariato, ma se l’azienda ti lascia a casa il mercato del lavoro
offre poca mobilità.
Come funziona nel resto d’Europa
Se si va a guardare nel resto d’Europa, si scopre che una riforma così
dura l’ha fatta solo la Svezia, dove però c’è una maggiore
flessibilità e gli stipendi sono mediamente più alti.
In Francia la pensione si calcola sui migliori 25 anni di
contribuzione, per esempio dai 37 ai 62, età che permette di ritirarsi
a determinate condizioni; in questo modo il sistema garantisce
dignità. Nemmeno la rigorosa Germania ha fatto una riforma come la
nostra. Certo, in Francia e Germania, i conti e la demografia non
soffrono come da noi, ma tenere il punto su questa riforma, senza
vedere all’orizzonte progetti realistici per la creazione di nuovo
lavoro, ci vuole malvagità. Basta leggere in quale burocrazia annega
un giovane che vuole aprire un bar o una pizzeria in Italia, per
comprendere come mai molte attività muoiono schiacciate in culla.
Le pensioni assistenziali
Poi ci sono i 5 miliardi per le pensioni sociali e i 17,6 miliardi per
quelle di accompagnamento e invalidità civile. Sono a carico dello
Stato, e non tengono conto del reddito. Spendiamo un po’ di più
rispetto al resto d’Europa, dove però è lo Stato a farsi carico del
servizio, mentre noi preferiamo dare soldi, contribuendo così ad
alimentare la truffa dei falsi invalidi. I numeri crescono. Fino al
7,5% della popolazione al Centro Sud, contro il 3,1% del Nord. Resta
il sospetto che anche queste tipologie di pensioni siano state
concesse in alcune Regioni come forma di ammortamento sociale.
In tutto questo, il tema politico è fermo ai vitalizi dei parlamentari
e alle pensioni d’oro. Più che giusto, ma a conti fatti si
recupereranno, forse, 400 milioni di euro. Una bella operazione di
marketing.
FONTE CORRIERE DELLA SERA